23 Maggio 1992: la memoria di Capaci come responsabilità collettiva

il 23 maggio 1992 l’Italia veniva colpita da una delle ferite più profonde della sua storia repubblicana: la strage di Capaci. In quell’attentato mafioso persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

A distanza di anni, quella data continua a rappresentare non solo il ricordo di una tragedia, ma anche un richiamo forte alla responsabilità civile, alla legalità e all’impegno quotidiano contro ogni forma di violenza mafiosa.

Come ha ricordato Daniela Fumarola:

«Giovanni Falcone ci ha insegnato che le mafie si combattono non solo con il coraggio dello Stato, ma anche costruendo coesione sociale, lavoro, sviluppo e partecipazione. Nel ricordo suo, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, rinnoviamo l’impegno per un Paese libero da ogni violenza mafiosa».

Parole che riportano al centro un tema fondamentale: la memoria non può essere soltanto commemorazione. Ricordare significa scegliere ogni giorno da che parte stare.

La memoria ha un potere enorme, perché impedisce all’indifferenza di prendere il sopravvento. Tiene vive le storie di chi ha sacrificato la propria vita per difendere la giustizia e la libertà. Ma la memoria è anche un dovere: verso chi non c’è più, verso le nuove generazioni e verso il futuro del Paese.

Falcone ci ha lasciato un insegnamento ancora attuale: la lotta alla mafia non riguarda solo tribunali e forze dell’ordine, ma passa anche dalla cultura della legalità, dal lavoro dignitoso, dalla partecipazione sociale e dalla capacità di costruire comunità sane e consapevoli.

Nel ricordare la strage di Capaci, il pensiero non deve fermarsi al dolore. Deve trasformarsi in impegno concreto, perché la memoria, quando è viva, diventa uno strumento di cambiamento.