Di seguito il testo integrale dell’intervista al Segretario generale nazionale First Cisl Riccardo Colombani a Investire. In primo piano i dati dell’Osservatorio sulla ricchezza delle famiglie della Fondazione Fiba, l’aumento delle disuguaglianze e la proposta di Cisl e First Cisl di costituire un Fondo di investimento nazionale per canalizzare il risparmio verso l’economia reale
COME RISVEGLIARE IL «TESORO ITALIANO» ORA CHE IL RISPARMIO NON FA PIÙ RICCHEZZA
di Manuela Donghi
Dalla Fondazione Fiba-Cisl un’analisi lucida sulla forte concentrazione dei grandi patrimoni in poche mani che non investono in economia reale. «Ed è proprio quello che invece serve e che abbiamo proposto di fare con un nuovo fondo, il Finer», spiega Riccardo Colombani di First Cisl
L’Italia si risveglia con un paradosso contabile che rischia di trarre in inganno gli investitori e la classe dirigente. La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 11.333,1 miliardi di euro al 31 dicembre 2025, posizionando il Paese al terzo posto nell’Unione europea per patrimonio complessivo. Tuttavia, le rilevazioni del nuovo Osservatorio sulla ricchezza delle famiglie promosso dalla Fondazione Fiba di First Cisl svelano una realtà ben diversa, definibile come un’illusione ottica patrimoniale: tra il 2015 e il 2025, la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta solo del 22% (e del 22,8% in termini nominali), registrando l’incremento più basso dell’intera eurozona, dove la media ha raggiunto il 60,8%. In un decennio in cui i mercati finanziari globali hanno corso a ritmi sostenuti, l’Italia ha accumulato risorse a una velocità tre volte inferiore rispetto ai partner continentali, concentrando gran parte di questo contenuto rialzo soltanto a partire dal 2020.
Come ha evidenziato il segretario generale nazionale di First Cisl, Riccardo Colombani, nel corso dell’intervista rilasciata alla trasmissione “Next Economy” su Giornale Radio, l’origine di questa sofferenza risiede nei fondamentali dell’economia reale: la debolezza del reddito disponibile lordo e la conseguente contrazione del tasso di risparmio. Nel decennio 2015-2025, il reddito disponibile delle famiglie italiane è cresciuto unicamente del 28,4%, contro incrementi decisamente più sostenuti registrati in Francia (+ 41,1%), Germania (+ 48,3%) e Spagna (+ 53,8%). Senza una dinamica reddituale reattiva, la capacità di alimentazione del patrimonio si è erosa alla radice: il tasso di risparmio lordo in Italia è sceso al 10,7% nel 2025, a fronte di una media europea del 14,3%, della Francia al 17,2% e della Germania al 19,2%. A parità di propensione alla prudenza, le famiglie italiane dispongono oggi di molto meno carburante economico da destinare all’accumulo.
Questo rallentamento strutturale si affianca a un fenomeno ancora più critico: un’esplosione della polarizzazione nella distribuzione della ricchezza. I dati dell’Osservatorio First Cisl indicano che il 5% delle famiglie italiane più ricche detiene il 50,2% della ricchezza netta complessiva, mentre il 50% delle famiglie meno abbienti ne possiede solo il 7,3%. Per comprendere la velocità di questa frattura sociale, basti considerare che nel 2010 la quota in mano al top 5% era pari al 39,9%: in quindici anni si è verificato un travaso di peso patrimoniale di oltre dieci punti percentuali. In termini assoluti, la ricchezza media per famiglia all’interno del cluster del 5% più ricco sfiora i 4.536.000 euro, una cifra dieci volte superiore alla media nazionale complessiva, che si fissa a 452.300 euro per famiglia.
Il confronto internazionale colloca l’Italia ai vertici della disuguaglianza patrimoniale: la concentrazione nelle mani del 5% più ricco (50,2%) è la più alta dell’area euro, fatta eccezione per Austria e Lettonia. Nelle altre principali economie europee la quota del top 5% si mantiene su livelli nettamente inferiori e sostanzialmente stabili: la Spagna si attesta al 42,4%, la Francia al 41,2% e la Germania registra addirittura una flessione dal 47% al 45,9%, a fronte di un balzo della ricchezza complessiva delle famiglie tedesche dell’87,3% nello stesso decennio.
Dal punto di vista dell’allocazione dei risparmi, emerge una vistosa spaccatura nelle possibilità e nelle scelte dei diversi scaglioni di popolazione. L’immobile, storicamente pilastro del patrimonio italiano, ha subito un deciso ridimensionamento relativo: il valore dell’asset class abitativa è cresciuto in dieci anni di un modesto 8,2%, riducendo la quota dell’immobiliare sulla ricchezza totale delle famiglie dal 56% al 46%. Al contrario, nella media europea il peso delle abitazioni è salito al 56,9%, trainato da mercati come quello tedesco dove i valori residenziali sono praticamente raddoppiati. In Italia, la componente immobiliare e i depositi bancari rappresentano la quasi totalità del patrimonio del 50% meno abbiente, che, per mancanza di masse critiche rimane tagliato fuori dalla diversificazione finanziaria.
All’opposto, la ricchezza finanziaria si presenta fortemente concentrata: il 10% più ricco possiede il 60,6% del patrimonio totale e la quasi totalità degli investimenti in azioni e partecipazioni: le famiglie più abbienti hanno così beneficiato dell’andamento positivo dei mercati finanziari internazionali dopo il 2020. Unico dato in controtendenza positiva nell’allocazione italiana proviene dai dati Bce: le partecipazioni in società non quotate sono cresciute del 102,7%, pari a 937 miliardi di euro, rappresentando quasi il 45% dell’incremento complessivo di 2.107 miliardi generato nell’ultimo decennio.
Nel corso dell’intervista su Giornale Radio, anche sollecitato dalle tante opinioni e domande degli ascoltatori, Colombani ha chiarito come la questione non risieda nella demonizzazione dei patrimoni lecitamente accumulati. Il problema è la paralisi della mobilità sociale: se il Paese cresce a ritmi vicini allo zero, chi ha capitali continua ad accumulare, mentre chi parte da basi deboli rimane bloccato.
Per superare questo immobilismo servono investimenti ingenti nell’economia reale, senza affidarsi alla sola finanza pubblica. A livello europeo, la Commissione ha promosso l’evoluzione dell’Unione dei mercati dei capitali in Unione del risparmio e degli investimenti, mirando a trattenere nel continente le centinaia di miliardi che ogni anno migrano verso mercati terzi (soprattutto Usa) a causa della frammentazione dei listini finanziari.
Sul piano nazionale, Colombani esprime scetticismo per le sole agevolazioni fiscali sui rendimenti. L’esperienza dei Pir (Piani individuali di risparmio), rivelatisi poco efficaci, dimostra che la leva fiscale da sola non basta: le masse gestite rimangono modeste e non diventano stabilmente capitale di rischio.
Per questo, la proposta avanzata da First Cisl e Cisl punta su una scelta di sistema: la costituzione del Finer (Fondo di investimento nazionale nell’economia reale), per convogliare il risparmio privato verso i milioni di micro, piccole e medie imprese non quotate che sorreggono Pil e occupazione. L’architettura del Finer si fonda su tre pilastri: garanzie pubbliche integrali sulla ricchezza volontariamente destinata dai cittadini, accompagnate da limiti temporali e di ammontare anti-speculativi; regia affidata a Cassa depositi e prestiti, in sinergia operativa con banche, compagnie assicurative e intermediari finanziari; allocazione strutturata tramite consorzi di filiera, per creare un clima di fiducia negli imprenditori e favorire l’apertura del capitale aziendale.
“Si investa in economia reale, ma solo con educazione finanziaria, fondamentale per aumentare la consapevolezza dei rischi e delle opportunità d’investimento per tutte le famiglie italiane. E si punti anche a garanzie pubbliche”, conclude il leader di First Cisl, convinto dell’esigenza ineludibile di un’efficace politica dei redditi: il rafforzamento delle retribuzioni tramite contrattazione collettiva deve evolvere verso una reale partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa. Senza stipendi significativamente più alti, crescita solida del Pil e strumenti volti a mobilitare il risparmio in un quadro di garanzia, l’Italia rischia di aggravare le proprie disuguaglianze e di trasformare oltre 11mila miliardi di patrimonio in una riserva inerte e vulnerabile.
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