Maddalena Acquaviti, intelligenza artificiale, produttività e lavoro: la sfida della redistribuzione

Redistribuzione della ricchezza e riduzione dell’orario di lavoro sono temi strettamente legati alla diffusione dell’intelligenza artificiale e alle trasformazioni che essa sta producendo nei processi produttivi e nell’organizzazione del lavoro.

L’intelligenza artificiale promette di aumentare efficienza ed efficacia delle imprese, modificando processi, attività e modalità di erogazione dei servizi. Se queste trasformazioni produrranno maggiore valore economico, si porrà una domanda inevitabile: a chi andranno i benefici della nuova ricchezza generata dall’innovazione?

La storia economica e sociale insegna che la redistribuzione dei vantaggi derivanti dal progresso nei processi produttivi non è mai stata automatica. La riduzione dell’orario di lavoro, il miglioramento delle retribuzioni e molte delle tutele oggi acquisite sono il risultato della contrattazione collettiva, della rappresentanza e della partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte che hanno accompagnato il cambiamento. Molte conquiste considerate normali, dalle ferie retribuite alla settimana di 37 ore, sono state giudicate irrealistiche prima di diventare realtà.

È questo uno dei punti centrali del dibattito sull’intelligenza artificiale: governare l’innovazione affinché i suoi benefici possano essere condivisi. L’aumento della produttività non si traduce infatti automaticamente in salari più elevati, migliori condizioni di lavoro o riduzione dei tempi di lavoro. Senza interventi e negoziazione, il rischio è che una quota crescente del valore prodotto si concentri nelle mani di chi detiene capitale, tecnologie e dati.

La riduzione dell’orario di lavoro, insieme all’aumento salariale, rappresenta una delle richieste contenute nell’ultima piattaforma di rinnovo del CCNL ABI. Per First Cisl il ruolo della contrattazione è decisivo: se l’intelligenza artificiale consentirà un aumento della produttività con un minore impiego di tempo, una parte di quel beneficio dovrà essere redistribuita alle lavoratrici e ai lavoratori.

La redistribuzione può tradursi in retribuzioni più adeguate, maggiori investimenti nella formazione e nelle competenze, migliori condizioni organizzative e una progressiva riduzione dell’orario di lavoro. In questa prospettiva, la settimana lavorativa corta non rappresenta una concessione, ma una possibile modalità per condividere il valore generato dall’innovazione. Allo stesso modo, la questione salariale riguarda anche la partecipazione delle persone alla ricchezza che contribuiscono a generare.

La contrattazione collettiva sarà quindi chiamata a svolgere un ruolo strategico: non soltanto regolare l’utilizzo degli algoritmi, tutelare le professionalità e garantire formazione permanente, ma anche definire come distribuire i benefici economici prodotti dalle nuove tecnologie.

La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro: questo cambiamento è già in corso. La questione è chi ne determinerà gli effetti e come verranno distribuiti i vantaggi.

Se la maggiore produttività si tradurrà soltanto in più profitti, le disuguaglianze rischieranno di aumentare. Se invece la contrattazione saprà trasformarla in più retribuzioni, più diritti e più tempo per le persone, l’innovazione potrà tradursi in un reale progresso sociale oltre che economico.

È pura illusione pensare che migliori condizioni possano ricadere automaticamente sui lavoratori. Al contrario è necessaria una forte partecipazione collettiva perché questo avvenga. Aderire al sindacato oggi più che mai è una scelta necessaria per governare i cambiamenti in atto, limitare i rischi e condividere i benefici.

La sfida, quindi, è non subire l’innovazione, ma contrattarne gli effetti e rivendicare una parte del valore che il cambiamento genera.

 

Maddalena Acquaviti
Segretaria First Cisl Milano Metropoli